Jennifer Lawrence e il sesso: “Non lo faccio mai, ho troppa paura”

“Il sesso mi fa paura”: è la candida confessione di Jennifer Lawrence. L’attrice premio Oscar ed eroina di “Hunger Games” ha rivelato in un’intervista a ‘The Sun’ di temere i germi. Ha avuto rapporti solo con uomini con i quali ha avuto una storia d’amore perché ha troppa paura di prendere malattie sessualmente trasmissibili.

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La star 27enne, che in questi giorni sta promuovendo il film ‘Red Sparrow’, ha ammesso: “Parlo sempre di sesso, ma la verità è che se, mi guardo indietro, le mie esperienze sessuali sono sempre state solo con i fidanzati”. “Parlo come se il sesso mi piacesse, ma – ha aggiunto – in realtà non lo faccio”.
“Ho anche la fobia dei germi”, ha confessato, sottolineando che il sesso è “pericoloso”. “Se mi metto nelle condizioni di poter prendere una malattia sessualmente trasmissibile, questo vuol dire che i medici sono già stati coinvolti. A tal punto ho paura dei germi”.
L’ultima relazione di Jennifer Lawrence, legata in passato al frontman dei Coldplay Chris Martin e all’attore Nicholas Hoult, è stata con il regista Darren Aronofsky, 47 anni, che l’ha diretta nel film ‘Madre!’. I due si sono lasciati lo scorso novembre. “Non ho una relazione – spiega al ‘Sun’ -, sto dicendo che non faccio sesso da molto tempo”. Poi aggiunge: “Mi piacerebbe stare con qualcuno, ma – conclude – sai quanto è dura là fuori!”.

“Lo smog rallenta il cervello dei bambini”: ecco l’allarme dello studio choc

Essere esposti ad alti livelli di inquinamento atmosferico può essere pericoloso, soprattutto per l’attività cerebrale dei bambini. Questa è l’ipotesi avanzata da un team di scienziati del Centre for Research in Environmental Epidemiology di Barcellona, in uno studio pubblicato sulla rivista ‘Epidemiology’. Il cervello rallenta con lo smog.

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Secondo le conclusioni degli esperti, citate dal ‘Daily Mail’, i piccoli alunni che respirano i fumi tossici che si sprigionano nel traffico sulla strada verso la scuola fanno più fatica in aula, impiegano più tempo per rispondere alle domande e hanno più difficoltà a concentrarsi. E gli scienziati hanno anche osservato che nei giorni caratterizzati da picchi di smog, questi problemi si sono aggravati. Gli effetti dell’inquinamento sull’organismo sono sotto la lente da tempo e gli studi si susseguono, aprendo il dibattito anche a livello politico. Di recente, per esempio, il Primo ministro britannico Theresa May ha avvertito che l’inquinamento atmosferico è stato il quarto rischio sanitario più importante dopo cancro, obesità e malattie cardiache. Gli scienziati spagnoli, nel loro ultimo lavoro, hanno seguito 2.600 alunni tra i 7 e i 10 anni, testando la loro capacità di prestare attenzione in classe e confrontando i risultati con le oscillazioni nella qualità dell’aria. Dai risultati è emerso che nei giorni in cui i fumi nocivi del traffico erano al massimo, c’è stata una marcata riduzione della capacità dei bambini di concentrarsi su compiti di problem-solving. Le emissioni in questione, ammoniscono gli scienziati, contengono elementi “neurotossici” che possono danneggiare il cervello dei bambini. E “l’inquinamento atmosferico può avere potenziali effetti dannosi sul neurosviluppo. Il nostro studio suggerisce che lo smog da traffico potrebbe influenzare le prestazioni cognitive dei bambini in età scolastica”.

Dna ereditato dai Neanderthal interferisce con i nostri geni: incide su schizofrenia e lupus

La scoperta. Le antiche sequenze genetiche che abbiamo ereditato dai Neanderthal e che compongono il 2%-4% del nostro Dna non sono silenti, anzi: potrebbero influenzare il modo con cui i nostri geni vengono accesi o spenti, condizionando ad esempio la statura e il rischio di sviluppare malattie come la schizofrenia e il lupus eritematoso.

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È quanto dimostra uno studio della University of Washington School of Medicine pubblicato sulla rivista Cell. «Sebbene siano trascorsi 50.000 anni dagli ultimi incroci tra i Neanderthal e gli uomini moderni, ancora oggi ne possiamo misurare le conseguenze sull’espressione dei geni», spiega il co-autore dello studio, Joshua Akey. Studi precedenti avevano trovato correlazioni tra alcuni geni ereditati dai Neanderthal e alcuni tratti riguardanti la depressione, il lupus e il metabolismo dei grassi, ma ancora nessuno era riuscito a svelare i meccanismi molecolari responsabili di questa associazione. I genetisti statunitensi hanno cominciato a fare luce sulla questione esaminando un enorme database contenente informazioni relative ai geni ‘accesì e ‘spentì nei vari tessuti del corpo di oltre 400 persone. La ricerca si è focalizzata in particolare sugli individui che presentavano per alcuni geni sia una versione Neanderthal sia una versione ‘modernà, una ereditata dalla madre e l’altra dal padre: per ciascuno di questi geni, si è confrontata l’espressione delle due varianti in 52 tessuti dell’organismo. Dai risultati è emerso che nel 25% dei casi si hanno differenze di espressione tra le varianti moderne e quelle antiche. I geni dei Neanderthal risultano poco ‘accesì soprattutto a livello del cervello e dei testicoli, probabilmente i tessuti che si sono sviluppati di più dopo che le strade evolutive dell’uomo moderno e del Neanderthal si sono separate circa 700mila anni fa. In alcune situazioni le varianti genetiche dei Neanderthal possono pure avere risvolti positivi, come nel caso del gene ADAMTSL3 legato alla schizofrenia: se finisce sotto il controllo del Dna neanderthaliano, si riduce il rischio di malattia e aumenta invece la statura.

“Il virus Zika nello sperma anche sei mesi dopo i sintomi”

Il virus Zika resta nell’organismo per tempi più lunghi dopo i sintomi rispetto a quanto riscontrato fino ad oggi. Per la prima volta, infatti, è stata rilevata la sua presenza nello sperma fino a 6 mesi dopo l’insorgenza dei sintomi. Fino ad oggi il limite massimo si fermava a 2 mesi.

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Lo studio è stato appena pubblicato da Eurosurveillance.  I test sono stati eseguiti presso il laboratorio di virologia dell’Istituto per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani di Roma, tramite tecniche di biologia molecolare (RT-PRC) su un uomo di 30 anni, che nel gennaio 2016 è tornato in Italia dopo 14 giorni dalla diagnosi di infezione da virus Zika. I sintomi che lo avevano allarmato erano di stato febbrile associato ad astenia e a rash cutaneo per 5 giorni.  Lo studio sulla persistenza del virus Zika nei fluidi corporei ha mostrato per la prima volta che un uomo continua ad essere positivo allo sperma test per Zika virus anche sei mesi dopo l’insorgenza dei sintomi. I campioni di siero, urine, saliva e sperma sono stati raccolti in modo prospettico al fine di rilevare la presenza del Zika un virus in tali liquidi: il test a 91 giorni è stato positivo per l’urina, saliva e campioni di sperma. A 134 giorni risultava positivo solo un campione di sperma e lo stesso a 188 giorni. Studi precedenti avevano dimostrato che il virus Zika era stato rilevato nello sperma fino 62 giorni dopo l’insorgenza dei sintomi.   “L’INMI Spallanzani è impegnato a studiare patogenesi, virologia ed epidemiologia del virus Zika, oltre che alla cura delle persone colpite. Ci sforziamo di comprendere per quanto tempo i pazienti rimangono positivi al virus dopo il loro recupero e quali potrebbero essere le conseguenti implicazioni sulla salute pubblica- evidenzia Giuseppe Ippolito, Direttore Scientifico dell’Istituto-E’ molto lodevole il contributo che i pazienti garantiscono ai nostri studi aiutandoci ad approfondire per quanto tempo il virus può persistere nel liquido seminale.”   “Sono molto soddisfatta di tali risultati positivi ottenuti dall’Istituto e dal contributo che costantemente offriamo alla comunità scientifica”, commenta Marta Branca, Commissario straordinario dell’Istituto.  In Italia sono state ad oggi 61 le diagnosi di infezione da Zika contro i 1111 in Europa (dati ECDC) e in tutti casi si tratta di viaggiatori tornati da paesi ad alto tasso di trasmissione del virus attraverso la zanzara Aedes.

Genova, è arrivata la zanzara coreana: “Pericolosa e resiste al freddo”

Per la prima volta la zanzara ‘coreana’, molto simile alla ‘tigre’ e in grado di trasmettere all’uomo malattie, è arrivata in Liguria. Lo rilevano l’Istituto Zooprofilattico e la Regione dopo aver compiuto un monitoraggio.La zanzara coreana (Aedes koreicus), specie d’origine asiatica mai segnalata finora in Liguria, è arrivata in Italia nel 2011. Da allora è stata censita in Veneto, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia e Lombardia.

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La sorveglianza ha permesso di intercettare precocemente l’arrivo della nuova specie di zanzara, al momento la presenza della zanzara coreana sembra essere limitata ad un solo quartiere di Genova (zona portuale), ma non si può escludere una sua maggiore diffusione.
Da giugno in Liguria l’Istituto ha analizzato le zanzare tigre catturate da 21 trappole posizionate in luoghi a maggior rischio, nessun esemplare è risultato positivo al virus Zika. COSA SI RICHIA Come detto la zanzara ‘coreana’ è potenzialmente perciolosa, è poco aggressiva, ma resiste al freddo. Se infetta, può trasmettere altri morbi della famiglia cosiddetta Flaviviridae. I più gravi sono l’Encefalite giapponese (nell’uomo) e la Dirofilariosi (negli animali, cani e gatti compresi).

Incubo zanzare, ecco come difendersi. Tutte le istruzioni

“Conoscili, proteggiti, previeni”. E’ questo il messaggio della campagna contro la zanzara tigre, la zanzara comune e i pappataci promossa dalla regione Emilia Romagna, che per contrastare la proliferazione di questi insetti e ridurre le punture, ha messo a punto una campagna ad hoc indirizzata ai cittadini.

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A illustrare, step dopo step, le regole da seguire per proteggersi da questi insetti è un video postato sulla pagina Facebook della regione. “Zanzare e pappataci possono trasmettere malattie anche gravi – si legge nel post – previeni la diffusione di questi insetti, proteggi te e i tuoi familiari con alcune semplici azioni”. Per farlo, la regione suggerisce di “eliminare ristagni e accumuli di acqua nei giardini, orti e balconi, svuotare e pulire regolarmente vasi, cisterne, grondaie, tombini, vasche, ciotole e giochi”. “Quando non è possibile – prosegue il video – trattate l’acqua con prodotti larvicidi e proteggete i tombini con reti e zanzariere. Pulite il cortile o giardini da foglie e sfalci d’erba, dove i pappataci possono riprodursi. All’aperto indossate abiti chiari e coprenti, applicate prodotti repellenti sulle parti scoperte del corpo, evitate profumi, creme e dopobarba. In casa usate zanzariere, condizionatori d’aria, elettro emanatori di insetticidi o spirali, e quando viaggiate prendete tutte le precauzioni prima, durante e dopo il vostro soggiorno”.

Dormi poco? Non solo stanchezza e stress, ecco i rischi per la tua salute..

Dormire poco fa male alla salute: aumenta lo stress, altera il metabolismo e fa male al colesterolo. I ricercatori dell’Università di Helsinki hanno infatti scoperto che influenza anche il metabolismo del colesterolo e, di conseguenza, la salute dei vasi sanguigni. I risultati dello studio, pubblicati su Scientific Report, aiutano a spiegare il più alto rischio di malattie cardiovascolari osservati nelle persone private del sonno.

shutterstock_80758018E’ stato già dimostrato che le persone che dormono meno di quanto dovrebbero hanno un rischio maggiore di contrarre malattie cardiovascolari. Inoltre la carenza di sonno si è dimostrata incidere sul metabolismo dei carboidrati in modo simile a quanto fa il diabete. Il nuovo studio ha esaminato l’impatto della privazione del sonno sul metabolismo del colesterolo sia in termini di espressione genica che per quello che riguarda i livelli di lipoproteine nel sangue. Per farlo ha impiegato tre set di dati: un esperimento in laboratorio su 21 persone sottoposte a una settimana di privazione di sonno e due studi epidemiologici, uno su 518 persone e uno su 2221 giovani.  Rispetto a chi dorme a sufficienza, i ‘privati del sonno’ mostravano minor numero di lipoproteine HDL, o colesterolo buono, e una minore attività dei geni che partecipano nella regolazione del trasporto del colesterolo. Entrambi questi fattori, sottolineano i ricercatori, contribuiscono alla comparsa di aterosclerosi e basta una settimana di sonno insufficiente per cominciare a vedere i primi cambiamenti.

In laboratorio la pillola anti-invecchiamento: allunga la vita di una decina di anni

Una nuova pillola anti-invecchiamento promette di essere un elisir di lunga vita anche se per ora gli esperimenti sono stati condotti sugli insetti. Si tratta di un grande avanzamento nello studio, che va avanti da alcuni anni, di una proteina chiamata Gsk-3 (glicogeno sintasi chinasi 3). Essa è in grado di accorciare la vita naturale di un essere vivente, ma può essere inibita attraverso una sostanza nota per regolare l’umore in chi soffre di disturbo bipolare: il litio. Potrebbe allungare la vita di una decina di anni.

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Ebbene, negli studi condotti dagli scienziati dell’Ucl Institute of Healthy Ageing (Usa), del Max Planck Institute for Biology of Ageing e dell’European Molecular Biology Laboratory sui moscerini della frutta – che possiedono anche loro la proteina Gsk-3 – si è dimostrato che somministrando basse dosi di litio, si riesce a estendere la vita degli insetti in media del 16%. Questo ha sollevato speranze che si possa arrivare a una pillola a base di questa sostanza – o più probabilmente un altro farmaco simile, con meno effetti collaterali – in grado di prolungare l’esistenza umana. E, cosa forse più importante, “l a conoscenza di questo meccanismo potrebbe anche rivelare il segreto per evitare l’insorgenza di malattie legate all’età: Alzheimer, diabete, cancro e Parkinson”, ipotizza Jorge Ivan Castillo-Quan, autore principale dello studio che appare su ‘Cell Reports’. Il team ha rilevato in particolare che il litio blocca l’invecchiamento bloccando Gsk-3 e attivando un’altra molecola chiamata Nrf2, che si trova nei vermi, nelle mosche e nei mammiferi (compreso l’uomo), e rappresenta un’importante difesa contro i danni delle cellule. L’esperto avverte comunque che una pillola che bersagli Gsk-3 è improbabile che venga resa disponibile entro i prossimi 10 anni, anzi: potrebbe non arrivare prima di diversi decenni. Ma una volta messa a punto, potrebbe potenzialmente aumentare la durata della vita di circa 7-10 anni. I ricercatori ora vogliono condurre studi su animali più complessi come i topi, prima di passare ai primati e poi agli esseri umani. E’ però scettico Marco Trabucchi, presidente dell’Associazione italiana di psicogeriatria: “Nel mondo – spiega all’Adnkronos Salute – si stanno facendo grandi progressi soprattutto nella comprensione del rapporto fra genetica, struttura biologica di partenza e stili di vita. Oggi sappiamo per esempio che questi ultimi stanno contribuendo concretamente a ridurre l’incidenza delle demenze, perché le persone conducono vite più salutari. Ma non c’è nessun intervento biologico che, al momento, possa avere lo stesso effetto”. “Io non do importanza a studi così precoci, condotti sulla drosofila – evidenzia – ma non nego di certo che sia importante qualsiasi tentativo che provi a migliorare la durata della vita umana. Credo però che, con tutti i limiti di una sperimentazione, questi tentativi vadano tenuti nel silenzio dei laboratori, anche se degni di rispetto se fatti bene”. Per l’esperto, “non c’è nessuna possibilità di confronto, in questa fase, con la complessità della sopravvivenza dell’uomo, che non è solo biologia, ma anche relazioni sociali, ambiente e altro. La biologia di un uomo di 70 anni non è certamente più quella di quando ne aveva 20 o 40. Sono intervenuti talmente tanti fattori che è impossibile agire solo tenendo in considerazione la biologia di partenza. Ci auguriamo il successo della scienza, ma non vedo fuori dalla porta” una vera e propria ‘pillola’ della longevità: “Dobbiamo puntare a piccoli guadagni – conclude Trabucchi – che determinano qui e ora un aumento della durata della vita”.

Peluria sul decolté? Prurito? Ecco le cose che non tutti sanno sul seno

Il seno è una delle parti del corpo femminile più sensuali e attraenti. Ma ci sono delle cose che le stesse donne non conoscono di se stesse, delle curiosità e degli aspetti della propria fisionomia. Ecco quali: il seno prima delle mestruazioni si inturgidisce, questo lo sapranno certamente tutte le donne, ma forse non tutte sanno che il motivo è dovuto agli ormoni, la maggiore produzione di estrogeni e progesterone rende, infatti, il seno più grande e sodo.

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A volte possono comparire dei peli sui capezzoli, ma non è nulla di grave e sempre dovuto alla produzione di ormoni. I capezzoli, a volte prudono, normalmente sono una parte del corpo che non dovrebbe, ma può succedere se la pelle è secca, danneggiata o se magari si è all’inizio di una gravidanza. Il seno tende a cadere, e nemmeno questo è un mistero per le donne, ma il motivo non è tanto nella gravità, quanto nelle abitudini di ogni donna: per evitare, infatti, che scenda, è necessario indossare sempre il reggiseno della giusta taglia. Va fatta regolarmente una mammografia. È sbagliato pensare che ci si debba pensare dopo i 50 anni, soprattutto in caso di soggetti con familiarità di malattie al seno, va fatto a partire dall’età fertile.

Sesso, ecco cosa consigliano di fare gli esperti entro 45 minuti dalla fine del rapporto

Una buona pratica, sconosciuta ai più, ma che può portare notevoli benefici soprattuto alle donne: urinare dopo un rapporto sessuale è molto importante perché diminuisce dell’80% il rischio di contrarre infezioni lievi.

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Fermo restando che il metodo più efficace per proteggersi dalle infezioni e malattie veneree resta il preservativo, questo accorgimento potrebbe giovare a chi utilizza metodi contraccettivi differenti. Il consiglio degli esperti è di urinare entro i 45 minuti dalla fine del rapporto, poiché durante il coito microbi e batteri possono accumularsi nell’uretra e per le donne quello della minzione è l’unico modo per liberarsene.