Barbara D’Urso distrugge Cecilia Rodriguez in diretta: ecco le parole al veleno

Continua il botta e risposta a distanza tra Barbara D’Urso e Cecilia Rodriguez, sua nuova nemica giurata. Dopo le dichiarazioni rilasciate a Alfonso Signorini da parte dell’argentina, Carmelita ha sferrato il suo attacco. L’ultima parola, per ora, è toccata alla presentatrice di Pomeriggio 5. Ecco cosa ha detto in diretta.

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In un’intervista rilasciata sulle pagine di Chi, infatti, l’argentina ha lanciato frecciatine contro Barbarella per come ha trattato il caso dell’armadio e non solo.
In generale lei e il fratello hanno fatto sapere che non andranno mai ospiti a Pomeriggio 5 o Domenica Live. A questo affronto, la regina di Canale 5 ha risposto per le rime e dobbiamo dire che ha incontrato il favore del pubblico!
Lo scontro tra Barbara D’Urso e Cecilia Rodriguez si è consumato a distanza nella puntata di ieri del salotto pomeridiano di Canale 5 quando la conduttrice, con un certo sarcasmo, ha detto:
“Ho condotto svariate edizioni del Grande Fratello e devo dire che gli autori sono stati dei geni a rimettere Cecilia nell’armadio, perché così continuiamo a parlare dell’armadio! Chapeau! Certo, io se fossi rientrata nella Casa, non ci sarei andata nell’armadio. Ma perché ho più esperienza, un lavoro, un curriculum…”
La prima frecciatina ha poi lasciato spazio ad un affondo ancor più pesante:
“Karina, basta parlare dell’armadio sennò ti ci chiudo io dentro. Parliamo di Cecilia come persona, ha un lavoro”?
Dallo studio in coro hanno risposto “No”, così Barbarella ha colto l’occasione per annientarla definitivamente: “Magari – ha fatto sapere – la prendo come opinionista anche se di solito scelgo persone intelligenti”.

Dna ereditato dai Neanderthal interferisce con i nostri geni: incide su schizofrenia e lupus

La scoperta. Le antiche sequenze genetiche che abbiamo ereditato dai Neanderthal e che compongono il 2%-4% del nostro Dna non sono silenti, anzi: potrebbero influenzare il modo con cui i nostri geni vengono accesi o spenti, condizionando ad esempio la statura e il rischio di sviluppare malattie come la schizofrenia e il lupus eritematoso.

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È quanto dimostra uno studio della University of Washington School of Medicine pubblicato sulla rivista Cell. «Sebbene siano trascorsi 50.000 anni dagli ultimi incroci tra i Neanderthal e gli uomini moderni, ancora oggi ne possiamo misurare le conseguenze sull’espressione dei geni», spiega il co-autore dello studio, Joshua Akey. Studi precedenti avevano trovato correlazioni tra alcuni geni ereditati dai Neanderthal e alcuni tratti riguardanti la depressione, il lupus e il metabolismo dei grassi, ma ancora nessuno era riuscito a svelare i meccanismi molecolari responsabili di questa associazione. I genetisti statunitensi hanno cominciato a fare luce sulla questione esaminando un enorme database contenente informazioni relative ai geni ‘accesì e ‘spentì nei vari tessuti del corpo di oltre 400 persone. La ricerca si è focalizzata in particolare sugli individui che presentavano per alcuni geni sia una versione Neanderthal sia una versione ‘modernà, una ereditata dalla madre e l’altra dal padre: per ciascuno di questi geni, si è confrontata l’espressione delle due varianti in 52 tessuti dell’organismo. Dai risultati è emerso che nel 25% dei casi si hanno differenze di espressione tra le varianti moderne e quelle antiche. I geni dei Neanderthal risultano poco ‘accesì soprattutto a livello del cervello e dei testicoli, probabilmente i tessuti che si sono sviluppati di più dopo che le strade evolutive dell’uomo moderno e del Neanderthal si sono separate circa 700mila anni fa. In alcune situazioni le varianti genetiche dei Neanderthal possono pure avere risvolti positivi, come nel caso del gene ADAMTSL3 legato alla schizofrenia: se finisce sotto il controllo del Dna neanderthaliano, si riduce il rischio di malattia e aumenta invece la statura.

Scoperto nei geni il segreto per far ricrescere gli arti

Gli scienziati del Mdi Biological Laboratory di Bar Harbor, nel Maine, come si legge su ‘Plos One’, hanno identificato gli interruttori genetici comuni a tre specie per governare la ‘ricrescita’ degli arti. Alcuni organismi possiedono la capacità miracolosa di rigenerare forma e funzione dei tessuti dopo una lesione. E’ il caso, ad esempio, della coda delle lucertole. Questa capacità degli animali ha affascinato gli scienziati fin dai tempi di Aristotele. Ebbene, i ricercatori Benjamin L. King e Voot P.

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Yin hanno identificato un meccanismo comune a tre specie: zebrafish o pesce zebra, un pesce d’acquario di origine indiana; axolotl, una salamandra nativa dei laghi del Messico; e bichir, un pesce africano. La scoperta dei meccanismi genetici comuni a tutte e tre queste specie, che si sono differenziate circa 420 milioni di anni fa, suggerisce che questi meccanismi non sono specifici, ma sono stati conservati dalla natura attraverso l’evoluzione. “Mi ricordo quel giorno molto bene: è stata una sensazione fantastica”, spiega King rievocando la scoperta. “Non ci aspettiamo che i pattern di espressione genetica fossero molto diversi nelle tre specie, ma è stato sorprendente vedere che erano sempre gli stessi”.  La scoperta dei regolatori genetici comuni potrà servire come base per nuove ipotesi sui meccanismi alla base della rigenerazione degli arti. E rappresenta un importante passo avanti nella comprensione del perché molti tessuti umani, compresi quelli di gambe e braccia, si rigenerano male. Obiettivo finale, manipolare questi meccanismi con terapie farmacologiche.  “La rigenerazione degli arti negli esseri umani può sembrare fantascienza, ma è nel regno della possibilità”, ha sottolineato Yin. “Il fatto di aver identificato una firma genetica per la rigenerazione in tre specie diverse con tre diversi tipi di appendici suggerisce che la natura abbia prodotto un manuale di istruzioni genetiche comuni che regolano la rigenerazione”, continua.  Un aspetto “che può essere condiviso da tutte le forme di vita animale, compreso l’uomo”, assicura Yin. Lo studio ha anche implicazioni nella guarigione delle ferite, che richiede anche la sostituzione dei tessuti persi o danneggiati, e coinvolge meccanismi genetici simili. Un’altra possibile applicazione è lo sviluppo di più sofisticati dispositivi protesici. Quando un arto viene amputato, i nervi possono essere danneggiati. La loro riparazione e rigenerazione potrebbe consentire lo sviluppo di protesi più sofisticate che possono interfacciarsi con i ‘nuovi’ nervi, consentendo così un maggiore controllo ai pazienti.

“L’obesità è contagiosa, come un’infezione”. Batteri possono ‘saltare’ di persona in persona

La maggior parte di noi direbbe che l’obesità è una conseguenza del mangiare troppo, del fare poco esercizio fisico e di una sfortunata combinazione di geni. Ma potrebbe non essere del tutto così. Un nuovo studio suggerisce che i microbi del nostro intestino influenzano il modo in cui mettiamo su peso e che possono anche essere ‘trasmessi’ da una persona all’altra, cosa che renderebbe l’obesità una malattia contagiosa alla stregua di altre infezioni.

obesitaPer la prima volta, scienziati del Wellcome Trust Sanger Institute hanno dimostrato che un terzo delle spore prodotte dai batteri intestinali umani (ne sono stati studiati ben 130 di diverso tipo) può sopravvivere all’aria aperta. Questo implica che le persone entrino in contatto con queste spore, che possono diffondersi, appunto, per via aerea.  Questo non vuol dire che se una persona obesa starnutisce su di voi ingrasserete, avvertono gli esperti, il cui lavoro è stato pubblicato su ‘Nature’. Ma basandosi anche su precedenti studi, affermano che c’è un legame fra il corredo genetico dei batteri intestinali di una persona e il suo peso, e che se questi batteri possono sopravvivere all’esterno del corpo come dimostrano i nuovi dati, allora il nostro sistema interno potrebbe essere influenzato, ad esempio, dai familiari o dagli amici più stretti. In pratica, la ricerca non afferma che le spore ‘saltano’ di persona in persona, suggerisce solo che ne hanno le potenzialità.

Bionde alla riscossa, uno studio mostra che sono più intelligenti delle more

Contro ogni luogo comune, le donne bionde sono più intelligenti delle more. A svelarlo è una ricerca della ‘Ohio State University’ che sfata lo stereotipo delle bionde frivole e superficiali. Il loro QI medio è agli stessi livelli delle more, ma hanno più probabilità di essere dei geni.  ‘Are Blondes Really Dumb?’ chiede nel titolo lo studio, che ha analizzato il quoziente intellettivo delle donne incluse in un’indagine nazionale del 1979.

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A spingere il ricercatore Jay L Zagorsky a farlo, sono state le conseguenze economiche dello stereotipo. “Le donne con i capelli biondi – spiega Zagorsky – sono spesso considerate belle ma stupide, uno stereotipo dannoso dal momento che i datori di lavoro cercano generalmente dipendenti intelligenti”. Eppure, le bionde hanno riportato un QI medio più alto delle altre, molto vicino a quello delle castane. Non solo, hanno anche la percentuale minore di IQ bassi: quindi, stando alla ricerca, una donna bionda ha più probabilità delle altre di risultare un genio.